Il comune di Cosio, nella bassa Valtellina, tra Delebio e Morbegno,
si articola in diversi nuclei variamente ubicati: nel fondovalle, lungo il corso dell
Adda, e sulle pendici della Val Gerola. Procedendo da Delebio lungo la Statale n. 38 si incontra,
ad un chilometro circa dal comune di Rogolo, l
abitato di Piagno (m 220); si entra quindi in Cosio Stazione (m 225),
oltre il quale si estende una vasta zona pianeggiante, fittamente urbanizzata e costellata di fabbricati industriali,
fra cui i capannoni di una nota industria di biscotti, la Galbusera.
Si raggiunge quindi Regoledo di Cosio (m 231), sede comunale, saldato ormai alla periferia di Morbegno. In contrasto con il carattere
di modernità, di dinamismo imprenditoriale e di prosperità che contraddistingue larea di Regoledo, cè
latmosfera di solitudine selvaggia e alpestre che avvolge la Val Gerola, nel cui primo tratto troviamo gli ultimi due nuclei che
compongono il comune di Cosio: Sacco di Cosio (m 700), borgo di illustri tradizioni storiche ma ormai ridotto a poche centinaia di abitanti,
e lancor più sperduta frazione di Mellarolo (m 815).
A Piagno il monumento di maggiore rilievo è labbazia di S. Pietro In Vallate, una delle rare testimonianze di architettura romanica
in Valtellina. Con un breve e suggestivo percorso si raggiungono, dal vecchio abitato, i ruderi dellabbazia, persa nel verde, a m 295 di
altezza, sopra uno sperone roccioso che domina il fondovalle e il corso dellAdda.
Non rimangono ormai che il campanile, unabside e parte dei muri perimetrali della chiesa, costruiti in robusti blocchi di pietra grigia,
e poche tracce del monastero che vi era annesso. La fondazione risalirebbe al 1078, quando Ottone e Bonizia dellIsola Comacina donarono terreni ai
monaci Cluniacensi; labbazia, dedicata ai Santi Pietro e Paolo, fiorì e divenne centro di un priorato, collegato allinizio del XIII
secolo con quello più ricco e fortunato di Piona, sullalto Lago di Como.
La decadenza dellabbazia di Vallate, le cui ragioni non sono del tutto chiarite, ma imputate da alcuni alla rigidezza del clima e alla
povertà della zona, condusse al suo abbandono, già in atto nel XIV secolo, ed alla progressiva rovina del complesso che venne
parzialmente restaurato allinizio di questo secolo. Dellimportanza di C6sio in passato riferisce lo storico settecentesco Francesco
Saverio Quadrio, che ricorda come il borgo fosse uno dei più antichi luoghi della valle ed un tempo sede pretoria. Sopra il dosso che lo
sovrasta sorgeva il Castello dei Visdomini, con lannessa chiesa di San Giorgio, che dominava lampio feudo posseduto lungo le due sponde
dellAdda da questa potente famiglia ghibellina di origine comasca, alleata di Federico Barbarossa. Il declino di Cosio, già in epoca
medioevale, fu la conseguenza della sconfitta politica dei Visdomini, il cui castello venne distrutto dai guelfi Vittani nel 1304, e di una
trasformazione climatica causata dal mutato corso del Bitto, il fiume che percorre la Val Gerola, che rese la zona paludosa e malsana, spingendo
gli abitanti a trasferirsi più in alto. Di tale declino testimoniano in maniera eloquente gli Atti della visita pastorale del vescovo di
Como Feliciano Ninguarda (1589): Il borgo di C6sio, che un tempo fu molto grande ed insigne
, da molti anni fu abbandonato dalla maggior
parte degli abitanti, così che al presente vi si ritrovano a stento quaranta fuochi (ossia circa 200 abitanti). Sempre il
Ninguarda riferisce delle condizioni del già fortissimo Castello dei Visdomini:
Sopra Cosio, alla distanza di un miglio scarso dal
borgo, in una rocca diruta, che già fu della famiglia dei Visdomini, rimane ora, ma semidjroccata, la chiesa dedicata a S. Giorgio.
La chiesa parrocchiale di Cosio, intitolata a S. Martino, risale alla fine del XII secolo; anticamente appartenne alla pieve di Olonio, da cui
si distaccò nel 1428. Allesterno, sul fianco sinistro, si riconoscono tracce di affreschi cinquecenteschi molto consunti,
con la raffigurazione di S. Sebastiano e S. Martino, della Madonna e dellAnnunciazione.
Allinterno, molto rimaneggiato, lopera di maggior interesse è una tela raffigurante il Martirio di S. Bartolomeo, che
proviene da un oratorio dedicato a questo Santo in località Piantina, sopra C6sio. Il dipinto è stato oggetto nel secolo
scorso di curiose vicissitudini attributive, bene riassunte da Ercole Bassi nella sua Guida della Valtellina (Monza, 1927-28):
Nelloratorio della frazione di Piantina vi era una pala daltare col Martirio di S. Bartolomeo, ricordata da Cesare Cantù
nella Storia della Diocesi di Como, ritenuta di Paolo Veronese, e da altri, fra cui il pittore Caimi, attribuita a Bernardino Luini.
Essendo loratorio pericolante, il dipinto fu trasportato nella parrocchiale. Il disegno, scrive il Monti, è semplice e vigoroso, il
nudo del Santo efficacissimo, il colorito armonico e vivace; bellissima è lespressione dei volti. Esso però non è che
una buona copia di un quadro di Giuseppe Ribera detto lo Spagnoletto, nato a Gallipoli di Lecce nel 1589, e che visse a lungo a Napoli. Di questo
quadro vi sono diverse copie: due trovansi nellarcipretale di Morbegno e una incisione nella Pinacoteca di Torino colla data di Napoli, e
dedicata al duca di Savoia. Questo quadro fu donato nel 1604
da un devoto emigrato a Napoli. Regoledo di Cosio, che allepoca della visita pastorale del Ninguarda contava un centinaio di
abitanti, è oggi invece sede comunale e centro di svariate attività industriali ed artigianali. Nellabitato sorge la
monumentale chiesa di SantAmbrogio eretta nel 1866 sullarea della precedente parrocchiale, gia ricordata dal Ninguarda. All
interno si conserva unimportante ancona lignea intagliata e dipinta, datata 1579, che racchiude le statue della Madonna col Bambino e dei
Santi Domenico e Ambrogio, mentre sulla predella sono dipinti i Dodici Apostoli. Interessante è anche una grande tela raffigurante
la Madonna del Rosario con vari Santi, circondata dai 15 Misteri del Rosario: opera che, come indica uniscrizione, fu eseguita nel 1606
dal pittore napoletano Ippolito Borghese. La presenza del dipinto a Regoledo si spiega con la consuetudine dellemigrazione a Napoli che
contraddistinse, fra il XVI e il XVIII secolo, le popolazioni di Cosio e della Val Gerola.
Ai margini di Regoledo, sulle pendici della montagna, in un luogo non ancora toccato dallavanzata massiccia dellurbanizzazione,
sorge il piccolo oratorio di San Domenico, di origine trecentesca, probabilmente antica dipendenza del grande complesso domenicano di Sant
Antonio a Morbegno.
Lungo le pareti del presbiterio si allineano diversi affreschi, che la tradizione locale attribuisce al pittore Cipriano Valorsa, mentre si tratta
in realtà di dipinti più antichi, opera di uno sconosciuto pittore lombardo del primo Cinquecento; laffresco principale, sulla
parete di fondo, raffigura la Crocifissione con Santi domenicani e i committenti inginocchiati. Sul fianco destro della piccola aula, una lapide e
una grata ricordano la sepoltura del Beato Domenichino da Pisa, un eremita domenicano vissuto in questa zona. Sulla parete, una grande tela, firmata
sempre da Ippolito Borghese, raffigura la Morte del Beato Domenichino. Una singolare iscrizione spiega le circostanze per cui fu eseguito il dipinto:
Per molte notti in questo / luogo ci fu visto grande / splendore poi si trovò / Questo beato corpo / Questo la fatto fare la / Compagnia
di Napoli! Ipp.to Borghesi pingebat.
Sacco di Cosio, come altri paesi della Val Gerola e della Valle
del Bitto, fu fino al tardo Settecento centro fervido di traffici e di scambi economici e culturali con la bergamasca, facilmente accessibile dalla
Valtellina attraverso i passi orobici, in particolare il Passo San Marco. Leconomia locale traeva alimento, oltre che dai commerci, dallo
sfruttamento delle miniere di ferro, numerose in Val Gerola, dei pascoli (da cui il celebre formaggio bitto) e dei boschi. Questo fervore
di vita venne meno con lo sviluppo di nuove arterie di comunicazione lungo il fondovalle e con i profondi rivolgimenti intervenuti nel passaggio da un
economia agricola ad uneconomia industriale; i centri delle zone alte subirono un rapido ed inarrestabile spopolamento, per il trasferimento
della popolazione giovane in pianura. E' significativo che gli ormai pochi bambini delle valli siano non di rado costretti, fin dalla scuola dell
obbligo, ad un faticoso pendolarismo scolastico. La dignità passata di Sacco di Cosio traspare con evidenza sia dallinsolita ricchezza
artistica della parrocchiale di San Lorenzo, la cui monumentalità è in singolare contrasto con lattuale penuria di abitanti,
sia nei numerosi affreschi di epoca quattro-cinquecentesca che rivestono allesterno e allinterno le case del borgo. Sulla piazza
della chiesa, una casa presenta un affresco con la Pietà, datato 1508, sotto al quale sono dipinti due stemmi, di cui uno con il biscione visconteo.
La chiesa di San Lorenzo, già nel XV secolo dipendente dalla parrocchiale di Cosio, quindi divenuta parrocchia autonoma, si presenta in
eleganti forme sei-settecentesche. Allinterno numerose tele di provenienza napoletana come testimoniano le iscrizioni, furono offerte da
abitanti del luogo emigrati a Napoli. Di questi dipinti, toccante segno di fedeltà dei valligiani il più imponente è
la grande pala sulla parete di fondo che raffigura il patrono, San Lorenzo con lemblema del suo martirio (la graticola), mentre tutt
intorno corrono dodici storie della vita del Santo. La tela fu offerta alla chiesa della Compagnia ia Napoli nel 1628.
Attigua alla chiesa è la casa parrocchiale, con un
portico ad archi sorretto da colonne in pietra, mentre sul lato opposto sorge loratorio della Confraternita.
Leconomia del comune si basa, oltre che sul già ricordato biscottificio Galbusera, sullattività di una grossa impresa di
prefabbricati in cemento armato e su alcune aziende di medie e piccole dimensioni (stampa di stoffe in seta, lavorazione del marmo per costruzioni,
serramenti).
Lagricoltura è sufficientemente sviluppata; molti terreni sono però adibiti a pascolo per i bovini da latte. Lallevamento
viene praticato in piccole aziende di tipo familiare e tuttora diffuso è lalpeggio; attivo un ingrosso di carni, che gestisce anche un
allevamento di suini. Il comune è proprietario di una zona boschiva, dove attua uno sfruttamento programmato destinato alla vendita.
Una piccola parte della popolazione attiva si reca per lavoro in Svizzera e fa ritorno in paese una volta alla settimana.
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